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Innannzittutto va detto che si tratta del riadattamento cinematografico di un romanzo, il film ne segue la logica ed è suddiviso in varie storie che si intrecciano una all’altra attraverso alcuni elementi che trasformano il protagonista di una nel comprimario di un’altra fino a creare un unico lungo viaggio della vita mosso principalmente da due sentimenti: la denuncia e la lotta contro l’ingiustizia e la privazione della libertà presenti in ogni epoca e la forza dell’amore e della speranza. Lo sforzo di non far perdere lo spettatore nel labirinto del film è apprezzabile, anche se certi elementi (non ultimo l’utilizzo continuo dei medesimi attori) fanno intuire abbastanza in fretta cosa vuole narrare l’autore, ovvero un viaggio in cui l’anima sopravvivve alla morte e al tempo e si evolve di continuo mantenendo però sempre alcune tracce del passato. Il sottoscritto non ha letto il libro, percui la mia analisi si ferma al film; il progetto è senza dubbi enorme, la regia è di qualità e tutta la parte tecnica del film merita un paluso; sicuramente di buon livello le interpretazioni di Tom Hanks e Hugo Weaving nonché di Jim Broadbent, assolutamente fuori luogo invece Hugh Grant che infatti è stato scelto all’ultimo probabilmente come ripiego.

Forse uno degli attori più impegnati di Hollywood (almeno questo è quello che scrive VARIETY su di lui), nonostante abbia iniziato la sua carriera cinematografica tardivamente e già quando era un uomo con moglie e figli. Un volto che sembra rubato al Leone Codardo del musical Il Mago di Oz e che ha interpretato nei primi anni della sua carriera davanti alla cinepresa proprio parti di obesi uomini timorosi, stupidi e comuni. Un lavoro da caratterista che gli ha portato molta fortuna e che, a quasi settant’anni suonati, gli ha permesso di indossare il primo ruolo cattivo di una lunga filmografia, costituita principalmente da blockbusters.